L’ACCUSA: LA BICI NON E’ VISTA COME MEZZO DI TRASPORTO
“Sulle piste ciclabili è tutto sbagliato tutto da rifare”
Dopo la partenza della nuova Ztl è il momento di pensare ai ciclisti
Piste riservate da modificare per evitare rischi mortali
Forse Torino non è abituata a considerare la bicicletta un mezzo di trasporto feriale piuttosto che uno svago
Fra gli imprevisti, interruzioni salti di corsia, mancate protezioni e battibecchi con pedoni e automobilisti
di LUCA RASTELLO
La ztl è una realtà, non c’è che rallegrarsi. E l’avvio del bike-sharing fa sperare che sia finalmente arrivata l’occasione per dare più attenzione ai ciclisti. Dite la verità: fareste fare a vostro figlio di sette anni un giro sulle piste ciclabili del centro di Torino? Non è raro leggere che la città vanta un record di lunghezza nelle corsie riservate ai ciclisti, ma alla prova dei fatti un tracciato, per esempio da piazza d’Armi ai Giardini Reali, può diventare una prova di sport estremo a cui rischia di essere imprudente esporre i più piccoli.
Interruzioni, salti di corsia, mancate protezioni dove il nome di “pista ciclabile” (in questo caso pomposetto) viene attribuito a una semplice striscia di vernice tirata per terra, oppure eccessive protezioni (transenne che costringono a scendere dalla bici per passare oltre), e poi battibecchi con automobilisti e pedoni, altrettanto propensi a considerare chi pedala un intruso, sono solo alcuni degli imprevisti che il percorso può riservare.
Immaginiamo di lasciare alle spalle le sicure corsie davanti allo Stadio Olimpico e imboccare corso Re Umberto in direzione del centro. La prima sorpresa si incontra sul marciapiede del Mauriziano, dove di recente è comparsa una striscia bianca a dividere in due per lungo lo spazio riservato ai pedoni da quello per le biciclette, una soluzione non certo gradita a degenti appena dimessi, parenti anziani e malcapitati pedoni di qualunque sorta.
Ma se il pericolo qui è (quasi tutto) per chi va a piedi, la gimkana si fa interessante nel tratto finale di corso Re Umberto, dove la pista corre a ridosso degli alberi del controviale tra i parcheggi: gli imbocchi qui sono perpendicolari alla direzione di marcia, stretti e ancora una volta in coabitazione con i pedoni, la pista si interrompe agli incroci e uscire incontro al traffico non è uno scherzo. Niente di paragonabile, però, allo sbocco della ciclabile di via Bertola su via San Francesco d’Assisi, un capolavoro: ci si trova all’improvviso contromano, addosso ai pedoni e sul percorso di svolta dei tram. Si può optare allora per via Arcivescovado: anche qui auto in sosta, cambi di corsia che costringono a tagliare la strada alle auto e sorpresa finale in via Cavour dove si salta su un marciapiede prima del solito fenomeno carsico con l’improvvisa sparizione del tracciato. Stessi problemi in via Principe Amedeo e, con un tocco di umorismo dovuto alla presenza del dehors di una pizzeria sul percorso, in via Verdi: qui poi la pista proietta l’ignaro ciclista direttamente tra la folla (in genere comprensibilmente ostile) del Museo del Cinema. Un pizzico di brivido lo si può poi aggiungere scegliendo la ciclabile che corre lungo i Giardini Reali, in vertiginosa discesa fra ignari pedoni che rischiano la vita, ignari di passeggiare su quella che dovrebbe essere una pista riservata alle due ruote.
Il guaio è forse che, a dispetto delle buone intenzioni, Torino non è ancora abituata a pensare alla bicicletta come a un mezzo di trasporto quotidiano, feriale, magari usato per andare al lavoro (a qualcosa – cioè – che richiede percorsi continuativi, non a singhiozzo e non virtuosismi semiacrobatici e soluzioni creative), piuttosto che a uno svago domenicale quasi superfluo. In certi giorni di traffico la sola strategia rischia allora di essere quella di eludere la “legalità”, sottrarsi alla tutela prevista dal Comune e, rassegnati, adattarsi al comandamento del ciclista: “Primo, salvarsi la vita”. Insomma: ignorare le vantate piste ciclabili e pedalare in clandestinità.
(13 luglio 2010