Piste ciclabili
in bici senza regole
Tre chilometri di pericoli disseminati a distanza di pochi metri uno dall’altro con tanto di cavalcavia da superare, incroci semaforici da rispettare, una trentina di strade e stradine che sbucano a tradimento e un paio parcheggi di centri commerciali da dove le auto escono come fossero alla partenza della 24 ore di Le Mans. La pista ciclabile di via Chiesanuova è tutto questo ma anche molto altro. Ogni giorno viene percorsa da migliaia di velocipedi: studenti, anziani, una valanga di extracomunitari che da via Dini raggiungono la città. Tutti percorrono la via protetta dove venerdì mattina Alessia Brombin ha perso la vita sotto un tir, ma quasi nessuno rispetta la segnaletica orizzontale e verticale che il Comune di Padova ha posizionato in maniera certosina per rendere il percorso più sicuro possibile. Certo per i miracoli a palazzo Moroni devono ancora attrezzarsi, ma tutto ciò che era possibile realizzare per la sicurezza delle due ruote, l’assessore Ivo Rossi e la giunta l’hanno fatto. «La percorro quasi tutti i giorni ed è pericolosissima» commenta Laura Poletto residente a Sarmeola. La donna ha appena saltato lo stop del cavalcavia Chiesanuova ma si giustifica: «Ho rallentato e non c’era nessuno, dunque sono passata. Il fatto è che ci sono troppe intersezioni lungo il percorso e diventa una faticaccia fermarsi ogni volta».
Partendo dal presupposto che se i tecnici del Comune hanno posizionato uno stop o un semaforo per le biciclette significa che la pericolosità dell’incrocio lo impone. E tenendo conto che non si può certo pensare di chiudere alla circolazione le laterali che si immettono sulla principale Padova-Vicenza per evitare di far faticare i ciclisti, viene da chiedersi a cosa servono 33 cartelli di stop da piazzale Milano al ponte sul Brentella se poi nessuno li rispetta. Tranne che all’altezza delle intersezioni con le laterali di via Chiesanuova, tutto il percorso è stato messo in sicurezza con un cordolo in cemento e divisori in ferro a forma di “U” rovesciata. In alcuni tratti è persino ben separata la parte dedicata ai pedoni da quella per le biciclette. All’interno della via protetta è stata poi disegnata la striscia di mezzeria che divide i due sensi della circolazione a pedale. In prossimità di ogni incrocio sono posizionati cartelli di stop e segnaletica orizzontale che obbliga a fermarsi (e non a rallentare… tanto sono un ciclista e sono sulle strisce pedonali).
Fino a qualche hanno fa chi utilizzava la bicicletta in via Chiesanuova era costretto a sfidare il destino ogni giorno, pedalando ad una manciata di centimetri da autobus, tir, furgoni e Suv che sfrecciano indisturbati. Poi la pista ciclabile è stata completata e il numero delle vittime è diminuito drasticamente. Non si è ridotto a zero, tanto che due anziani hanno perso la vita sul cavalcavia Chiesanuova pur con la via protetta già in funzione. «Ci vorrebbe una soluzione drastica, soprattutto arrivati ai piedi del cavalcavia – suggerisce Laura Poletto – Perchè non costruire una passerella staccata dal ponte solo per biciclette, come è già stato fatto al Bassanello?»
Il percorso rimane oggettivamente uno dei più insicuri della città per la conformazione stessa della pista ciclabile, che attraversa tutta la zona Ovest della città e insiste sulla radiale che, guarda caso, è la strada con il maggior numero di incidenti di Padova. Alcuni tratti come quello finale a ridosso del ponte sul Brentella sono in ristrutturazione e ad oggi impraticabili. Altri scontano la promiscuità con i parcheggi a pettine per le auto e i piazzali dei negozi. Ma se alla pericolosità strutturale della pista ciclabile si aggiunge l’incoscienza della maggior parte dei ciclisti che brucia i semafori pedonali e se ne infischia degli stop, la responsabilità in caso di tragedie come quella di venerdì va quantomeno ripartita.
Pare quasi che per il solo fatto di essere su una pista ciclabile, il codice della strada diventi un optional. Il cartello di stop viene considerato un orpello per abbellire il quartiere e se per caso fai presente che è stato posizionato proprio per chi pedala, ti chiedono se per caso sei appena arrivato da Marte. Chi va in bicicletta per il solo fatto di essere un soggetto debole sulla strada, si considera dalla parte della ragione a prescindere dalle manovre che compie. Senza voler prendere le difese degli automobilisti, insensibili al ciclista per definizione, è chiaro che qualche abitudine va rivista se in un pomeriggio passato su e giù per via Chiesanuova, si contano sulle dita di una mano i velocipedi che rispettano il codice della strada. «Non mi sono fermato allo stop perché sono in salita e mi tocca ripartire da fermo» si giustifica Dniz Akyile 18 anni, che ieri pomeriggio non si è fermato allo stop dove venerdì è morta Alessia. Non s’è nemmeno girato a guardare se arrivava qualche auto e ha continuato per la sua strada. È convinto che le strisce sull’asfalto dell’attraversamento pedonale siano come un mantello d’invulnerabilità. Della serie: sono sulle strisce dunque ho ragione io e gli altri si devono fermare. «Ci vuole più rispetto per le biciclette, molte volte le auto che girano verso la tangenziale nemmeno mettono la freccia, a noi ciclisti non ci calcola nessuno, siamo gli utenti deboli della strada, chi è al volante deve imparare a rispettarci». E a quanto si è visto ieri pomeriggio i ciclisti dovrebbero imparare a rispettare il codice della strada, soprattutto in una pista ciclabile di per sé pericolosa come quella di via Chiesanuova